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PreS/Tmagazine n.12/2006

075 Eventi - 2006
ArtsBlog - 2008

Interview by MokaWeb 2009

Statement
 

Osservo il mio lavoro: non sono soddisfatto.

Perché lo faccio? Perché creo continuamente nuove immagini da aggiungere a quelle che incessantemente vengono prodotte nel mondo? Cosa mi spinge a farlo?

Ogni volta che comincio un nuovo lavoro mi pongo sempre queste domande ma non trovo una risposta coerente. Vorrei non creare più nulla ma non ci riesco.

 Penso a Mnemosyne L'Atlante delle Immagini di Aby Warburg e mi chiedo che senso abbia declinare un’immagine in differenti medium, visto che esistono immagini archetipiche da cui prendono forma tutte le altre.

Sono giunto alla conclusione che tutte le immagini siano parte della realtà, per cui non è possibile selezionare un’immagine in particolare: tutte sono egualmente importanti e, di conseguenza, un’immagine vale l’altra.

Non esiste una scala di valori, ma solo una selezione individuale. “Le figure immaginarie hanno più spessore e verità di quelle reali” afferma Fernando Pessoa nella sua opera autobiografica “Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares”  e questo credo accada nelle mie immagini, che sono frammenti di realtà trasfigurata.

Spesso un’immagine trascende se stessa, la ripropongo in un medium differente: una foto può diventare un lavoro autonomo in un video o un video può generare altre foto o frammentarsi in altri video. Riprodurre e moltiplicare, secondo questo principio di accumulazione, è un’attitudine che mi appartiene profondamente.

Cerco di mettere ordine; ci provo costantemente. Provo a darmi una disciplina, una regola: realizzare e catalogare foto e immagini tipologicamente affini. Non ci riesco, la mia mente individua sempre qualcosa di diverso a cui cerco di aderire con un lavoro specifico. Uso foto, installazioni, video, disegni, schizzi, materiali di scarto. In fondo perché circoscrivere in un ambito specifico il mio pensiero? Tuttavia odio la molteplicità anche se il mio lavoro procede per raccolte di materiali eterogenei. Quello che mi interessa è, semmai, la complessità dei significati che si stratificano su qualunque immagine.

Ritorno spesso su lavori passati aggiornandoli o inserendoli in nuovi contesti. L’ambiente espositivo riveste per me  un’importanza particolare per la comprensione dei lavori, questo mi spinge a sperimentare differenti format espositivi, mostrando i miei lavori in ambiti molto eterogenei, come per esempio case private, strutture commerciali, edifici storici o abbandonati o anche con sistemi di interazione virtuale come Second Life, il mondo virtuale creato dalla Linden Lab. Ho sperimentato nel 2008 questa nuova modalità di fruizione con la mia personale dal titolo Double Reality.

Penso che i miei lavori acquistino dimensioni percettive differenti, arricchendosi di significati intrinsecamente legati al luogo (reale o virtuale) in cui sono posti. Credo che questa sia una caratteristica peculiare di molte delle mie creazioni.

Posso individuare alcuni concetti che emergono con costanza nei miei lavori: la malinconia, il dramma, la morte e lo scorrere del tempo, anzi la frammentazione temporale, un fermo-immagine di un istante di vita.

Cerco di catturare un attimo transitorio e cristallizzarlo in un lavoro, mi interessa lo spazio fra le cose, il vuoto, difficilissimo da imprigionare perché è fuori e dentro di noi. Creo lavori sfuggenti, ambigui, osservabili da molteplici punti di vista: sono parti di una realtà confusa, la stessa realtà in cui è immerso l’uomo contemporaneo.

Solipsismo è una parola che descrive con sufficiente veridicità il senso del mio lavoro. Solipsismo è una parola che abbatte tutto quello che ci circonda e ricrea un mondo fatto di frammenti di realtà che ancora si abbandonano all’incoerenza, senza perdere completamente la loro originaria matrice.

 

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