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presS/Tmagazine n.12 anno
2006 |
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presS/Tarchitecture |
paola
rossi e massimo fagioli: palazzetto bianco a
roma |
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presS/Tarchitecture |
map-gianfranco
gianfriddo e luigi pellegrino-: casa unifamiliare baglio-fallisi a
buccheri (sr) di anna
baldini |
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presS/Tmostre |
IaN+
in miniatura alla fondazione olivetti a roma di valerio
paolo mosco |
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l’artista-poeta
disincantato: adriano d’angelo
di
paolo raimondo |
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presS/Tarchitecture |
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PAOLA ROSSI E MASSIMO FAGIOLI: PALAZZETTO BIANCO
A ROMA |
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Il “palazzetto
bianco” è frutto di uno strano connubio tra uno psichiatra e un
architetto: Massimo Fagioli, psichiatra ed artista e Paola Rossi,
architetto. Il
progetto fa parte di una
ricerca collettiva
culturalmente unica che ha indagato sulle radici del processo creativo in
architettura e delineato un
itinerario ricco di suggestioni tra architettura e linguaggio. Gli oltre settanta progetti,
realizzati da architetti italiani su idee e disegni di Massimo Fagioli nel
corso della ricerca, sono pubblicati sul catalogo “Il coraggio delle
immagini” e sono stati esposti in una mostra inaugurata da Oriol Bohigas a
Barcellona nel 1994 e allestita successivamente in varie capitali da
Tunisi a Praga, da Roma a Osaka e Tokio. Il
“palazzetto bianco”, un’architettura, quasi una scultura, progettato nel
1990, vede la luce soltanto nel 2005, a causa di interminabili e complesse problematiche
urbanistiche e giuridiche. L’edificio si
colloca nel quartiere Piccolomini, in un ultimo tassello edificabile a
completamento di un pezzo di città definito dal vecchio piano regolatore
di Roma “ zona edificabile a villini e palazzine”. In questo senso il progetto doveva
necessariamente corrispondere all’impianto della tipologia a palazzina,
che si impose a Roma nei primi decenni del 1900 e disegnò, per sommatoria,
tutti i quartieri della Roma moderna.
Il
progetto prevede due prospetti sostanzialmente differenti: l'uno, sul
fronte strada, segnato esclusivamente dall'apertura delle finestre e
dall'entrata, corrisponde alla zona notte; l'altro, che affaccia sul
pendio trattato a verde, costituito da una superficie completamente
finestrata, solcata da terrazze continue lungo tutto il suo sviluppo
longitudinale e progressivamente aggettanti dal basso verso l'alto,
corrisponde alla zona giorno. La pianta dell'edificio, pur nella difficoltà organizzativa del suo
sviluppo triangolare, riflette tale impostazione. Ogni piano ha due
appartamenti che derivano dalla scansione creata da un nucleo centrale,
composto da pianerottolo, scala e ascensore, che a piano terra trova lo
spazio dell'atrio, segnalato all'esterno da un 'drammatico' taglio
praticato alla base del monumentale prospetto ricurvo, rivestito di bianco
brillante per ridurre la percezione della
massa. Creditscommittente:
privato progetto:
Paola
Rossi e Massimo Fagioli località:
via di S.Fabiano, Piccolomini. Roma collaborazioni al
progetto: Françoise. Bliek alle
elaborazioni grafiche: F.Bliek, L.Bocchini cronologia anno di progetto: 1990 –
1991 anno di realizzazione: 2004 -
2005 dati
dimensionali superficie
del lotto: mq. 895,14 area
di sedime: mq. 166,00 superficie
coperta f.t.: mq. 825,99 parcheggio
interrato: mq. 538,23 area
libera: mq. 729,14 di
cui a verde: mq. 675,14 volume: mc.
2682,59 fotografie:
Claudio Palmisano, Andrea Calabresi, Riccardo Morchella, Nico
Marziali Biografia Nata a Buenos Aires e laureata in architettura a Roma,
città nella quale svolgo la
mia attività professionale e di ricerca. Impegnata
costantemente nel campo della formazione e del ruolo culturale e sociale
dell’architettura e dell’architetto, ho svolto attività didattica e di
ricerca presso le cattedre di Geografia urbana e Analisi dei sistemi
urbani della Facoltà di Architettura di Roma1, sono stata consigliere
dell’Ordine degli architetti di Roma, consulente del Consiglio Nazionale
degli architetti e direttore della rivista AR. Ideatrice e curatrice dal
1999 dell’AreaConcorsi dell’OAR. Responsabile per l’Italia centrale , dal
2001, della SiUifa (Sezione italiana Union internationale des femmes
architectes) Partecipo,
fin dai suoi inizi, alla ricerca collettiva “Il coraggio delle
immagini”. Il frutto di questa attività architettonica ed artistica
è stato esposto nella mostra
omonima che , inaugurata a Barcellona, ha successivamente toccato numerose
sedi nazionali ed internazionali, con il Patrocinio del Ministero degli
Esteri. Nell’ambito
di questa ricerca innovativa ho elaborato molti progetti che sono
visibili, con gli altri, sul sito www.immagini.com |
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A Roma presentazione del
numero di Ventre dedicato alle interviste di
PresS/Tletter Giorno 4 luglio alle ore
18,30 presentazione alla Casa dell’architettura di Roma, in Piazza
Manfredo Fanti, del numero di Ventre, dal titolo Tre Parole, in cui sono
pubblicate le interviste apparse su presS/Tletter. Sarà una serata
memorabile ( almeno, così speriamo) anche perchè stiamo invitando tutti
gli intervistati, nonché i nostri lettori, a parteciparvi per discutere
sul tema: Dove sta andando l’architettura oggi? |
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presS/Tarchitecture |
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MAP-GIANFRANCO GIANFRIDDO E
LUIGI PELLEGRINO-: CASA UNIFAMILIARE BAGLIO-FALLISI A BUCCHERI
(SR) |
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Una casa volumetricamente semplice, ma spazialmente complessa. In un luogo dove il clima mite accompagna per quasi tutto l’anno solare la vita quotidiana la corte centrale è un luogo ideale intorno a cui distribuire gli ambienti di questa residenza unifamiliare. La
casa si mostra dall’esterno come un grande parallelepipedo di cemento
grigio, recintato, quasi anonimo. La sua vera essenza fuoriesce quando,
una volta superato il cancello d’ingresso, si giunge in prossimità della
corte interna delimitata
su due lati dall’abitazione vera e propria e sull’angolo opposto dal corpo
del garage e dall’alloggio del custode. Su
questo spazio aperto, in una successione graduale si affacciano le camere,
siano esse destinate al riposo o allo svago, alla riflessione o alla vita
sociale. Tutte godono dell’aria e del sole ma sono opportunamente protette
dagli sguardi indiscreti, dall’eccessivo soleggiamento o da un porticato
grigliato o da una soprelevazione della zona notte. All’interno, un atrio
suddivide i locali della zona giorno, l’ampio salone e la camera con
bagno, mentre un corridoio distribuisce l’accesso alle
camere. Anche
i materiali sono studiati ed utilizzati per esaltare la costruzione ed
ogni dettaglio costruttivo serve ad impreziosire gli ambienti. Così
all’esterno, come all’interno troveremo legno, pietra, marmo, cemento
saggiamente miscelati. Ad esempio l’ampio salone dalle pareti bianche è
ravvivato dalle travi di solaio dipinte di rosso su fondo grigio scuro,
dal caldo parquet, e dalla pietra grigia del camino. Oppure nel corridoio
un intonaco turchese, che si ritrova anche sulle pareti dell’atelier
soppalcato, si alterna al legno delle porte. Un
angolo di frescura e di ristoro tra il garage e l’ingresso invita al
riposo con un’elegante fontana e con una scala che porta al solarium
collocato sopra il tetto del garage. anna
baldini La
casa ha ricevuto la Menzione d'Onore per la sezione Abitare alla Medaglia
d'Oro all'Architettura Italiana 2006 e il premio all'Architettura
Siciliana EXPA di Palermo CREDITSCasa unifamiliare Baglio-Fallisi
localizzazione:
Contrada
Piana città:
Buccheri
(SR) progettisti:
MAP (Arch.tti Gianfranco Gianfriddo, Luigi
Pellegrino) collaboratore:
Arch. Francesco Cacciatore struttura:
Ingg.ri Galia Associati committenti:
Baglio Cataldo; Fallisi Silvana dati dimensionali superficie:
526,5 mq volume
complessivo:
2.028 mc cronologia:
progetto: 2000-2002 – realizzazione:
2003-2004 foto:
Peppe Misto BIOGRAFIA MAP
(Arch.tti Gianfriddo, Pellegrino, Cacciatore) Gianfranco
Gianfriddo (Catania, 16.2.1964), Luigi Pellegrino (Monte S. Angelo (FG),
1.7.1963) e Francesco Cacciatore (Vibo Valentia, 1.2.1975) si laureano
rispettivamente a Roma con Francesco Cellini (1994), a Firenze con Adolfo
Natalini (1990) e a Reggio Calabria con Manuel Aires Mateus
(2001). Dal
1995 Gianfriddo e Pellegrino fondano un sodalizio professionale e di
ricerca operando prevalentemente nella Sicilia Orientale. Dal 2002 si
aggiunge alla struttura l’arch. Cacciatore. Sono
stati segnalati in diversi concorsi di architettura vincendo quello per la
sistemazione del Lungomare di Acicastello (ex-aequo) e quello per il
riordino della Piazza del Duomo a Floridia. Svolgono
attività di ricerca presso la Facoltà di Architettura di Catania con sede
a Siracusa. |
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presS/Tmostre |
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IaN+
IN MINIATURA ALLA FONDAZIONE OLIVETTI A ROMA |
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angelini
headoffice
geyonggi
prehistoric museum
kunsthalle
bremen
park
lodges EUR
spotcity
hi cat
you&me |
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per
gentile concessione dell’Industria delle costruzioni Messi
lì, tutti in fila alla Fondazione Olivetti a Roma, i plastici dei progetti
di IaN+ seducono. D’altro canto non poteva essere diversamente: quasi
perfetti nell’esecuzione ( il più delle volte affidata alle preziose mani
di Marco Galofaro), traslucidi e a colori acidi (secondo i diktat del
gusto corrente), dimostrano, se ce ne fosse bisogno, il grado di maturità
raggiunto dal gruppo romano, non a caso vincitore in Triennale della
Medaglia d’Oro per l’opera prima. Eppure,
per capire a fondo il lavoro di IaN+ bisogna andare oltre la seducente
blandizie che un plastico di architettura comunica. Eredi di quel
modernismo empirico e comunicativo anni novanta, quasi del tutto
alleggeriti dai pesi dello stantio dibattito italiano, IaN+ lavora ormai
da tempo su un tema che con l’andar del tempo ne ha connaturato il regesto
per poi essere sublimato negli ultimi anni, in una nuova stagione di
estremo interesse. Il tema è quello della architettura territoriale,
ovvero di una architettura che, a prescindere dalla scala di intervento,
si promette il fine di intervenire pensando sempre alla grande scala. Da
più di dieci anni infatti IaN+ sembra dirci che l’architettura, la vera
architettura, quella a cui è demandato il compito di rappresentare una
alternativa al corrivo presente, deve andar oltre i principi dell’urbano,
dei suoi tracciati e delle sue leggi di contiguità, per elevarsi a sistema
territoriale. Concetti già sentiti già alcuni decenni orsono, senza
dubbio, eppure ancora validi. Accade infatti per l’architettura, e non
solo, ciò che è già successo per la moda o altre espressioni: l’eterno
ritorno ad un repertorio concettuale e figurativo di quaranta anni fa,
come se il nostro inconscio collettivo si fosse arenato nel ricordo di un
epoca probabilmente troppo densa per essere metabolizzata in tempi
ragionevoli. Eppure le distanze esistono, e non da poco. Nel caso di IaN+,
architettura territoriale sicuramente, ma mai fuori scala, anzi alle volte
quasi domestica. Non è un caso quindi che il gruppo romano definisca le
proprie opere micro-infrastrutture o microutopias, coniando un ossimoro
che pone ormai sostanziali distanze con una cultura, quella radical degli anni
sessanta-settanta, che proprio nel fuori scala aveva visto lo strumento
operativo del superamento marxista della divisione tra città e campagna.
Sebbene per nulla attratta dal fuori scala, per cui ancora di relazione,
l’architettura di IaN+ rimane comunque a-scalare. Il tutto può sembrare un
gioco di parole, ma non lo è; a-scalare è infatti il linguaggio con cui
cui IaN+ si esprime, declinabile dalla cellula a tutto l’edificio per
sommatoria. Ecco allora che
il mezzo per ottenere questa grammatica elementare sono i pattern e le
cellule, degli stilemi geometrici a cui è affidato il compito di tenere
insieme il tutto. Prendiamo ad esempio il progetto per il Park Lodges,
l’Urban Space Zollikon, o il New Tomihiro Museum, ma ancor di più i progetti per il
parcheggio di Roma e per il concept per lo Spotcity in
Catalogna; bene in tutti questi casi l’argomentazione compositiva è
chiara: pattern o cellule, leggermente manipolati attraverso contenuti
scarti a configurare una architettura di impianto. Alternativa, sempre in
tema, è invece quella di tenere insieme le singole unità in un campo
aperto, bilanciandone il peso,
secondo la lezione dei playground di Isamu Noguchi
(uffici New Dada a Firenze o Park Lodges a Roma). Riassumiamo
quindi: architettura di impianto, secca ed assertiva, utilizzo di pattern
o cellule non solo come sistema figurativo ma anche come sistema
strutturante; il tutto sotto l’egida del piglio territoriale, presente
anche nelle opere di dimensione minuta. La carrellata dei plastici della
mostra romana è proprio l’esposizione, miniaturizzata, di questi
temi. Basta
ciò ad individuare il lavoro di IaN+? Non siamo di questo avviso, c’è
infatti dell’altro, specialmente in due progetti dell’ultima produzione:
il Museo del vetro a Taipei, vincitore dell’omonima competizione
internazionale e la riqualificazione
dell’edificio della Angelini a Roma, concorso invece vinto da un
progetto concorrente su cui qualunque parola anche di critica risulterebbe
sprecata. In questi due lavori IaN+ appare liberarsi dai pattern e dai
diagrammi modernisti, o se non altro questi ultimi scivolano al ruolo
adeguato di comparse. Ecco allora che depurati da qualunque volontà
schematica, i due progetti riescono ad esprimere rafforzandolo, l’altro
aspetto del carattere dell’operare di IaN+, alle volte messo in disparte
dagli ingombranti pattern, quello della fermezza assertiva, dalla
modulazione controllata degli
organismi pensati a vasta scala e soprattutto quel senso aereoso degli spazi e della
configurazione generale che a ben vedere è la cifra di maggior rilievo
dello studio romano. Proprio attraverso questi due progetti si ha
l’impressione che raggiunta una certa maturità espressiva, a studio IaN+
si siano liberati delle icone alla carta che la nuova accademia modernista
impone per ragioni di mercato. Nel vuoto lasciato dall’approccio
diagrammatico e dalle figure, trova allora spazio, specialmente nel Museo
del Vetro , un certo lirismo che come tale mantiene sempre qualcosa di
sfuggente, se non di laconico. Confidiamo
quindi nel fatto che IaN+ prenderà questa strada con ancor maggiore
decisione. Un ultimo appunto, quasi una richiesta. Mancano nella mostra
romana modelli di dettaglio, come pure nella pubblicazione dei progetti
disegni degli stessi, a nostro avviso fondamentali per comprendere appieno
una architettura concepita come assemblaggio e declinata in acciaio e vetro. Aspettiamo dunque
i dettagli, caso mai direttamente costruiti dal vero, che forse è
meglio. valerio
paolo mosco |
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falcognana
laboratori
a Tor Vergata
new
tomihiro museum
teatro
di spoleto
tittot
glass museum |
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L’ARTISTA-POETA DISINCANTATO: ADRIANO
D’ANGELO |
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Made
in Italy
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a ideale e realtà, storia e attualità. Uno dei motivi per i
quali l’arte è una modalità espressiva storicamente cara agli uomini
consiste forse nella sua peculiarità di stimolare una riflessione su ciò
che si è stati, su ciò che si è e, dunque, su come si è cambiati. È il
primo flash che mi ha coinvolto mentre osservavo per la prima volta le
opere di Adriano D’Angelo. Si tratta di un giovane artista (uno dei pochi,
ahinoi), dai cui lavori si evince una preparazione basata sulla roccia.
Nelle sue opere è infatti spesso evidente il richiamo ai motivi e alla
tematiche affrontate dalle avanguardie artistiche della seconda metà del
Novecento. In Made in Italy, per esempio, risalta il richiamo ai
celebri impacchettamenti di Christo, uno dei maestri del Nouveau Realisme.
Si badi bene, però: non si tratta, in questo caso come in altri, di meri
riadattamenti di un originale, bensì di una vera e propria interpretazione
critica. Essa si limita a partire da quanto nel mondo dell’arte è già
stato sperimentato e acquisito per manifestare le proprie idee. Questo è
accaduto da sempre nel mondo dell’arte. Questa è l’umiltà che ha
contraddistinto i veri grandi. Prendiamo l’istalllazione
precedentemente citata. La macchina giace abbandonata, inutilizzabile. Il
telo che la copre le dona un’aura di decoro. Copre una cosa ormai morta.
Superata da una logica di produzione basata sui modernissimi e
tecnologizzati processi neo-industriali, il ferrovecchio MADE IN ITALY è
la reliquia rifiutata e dimenticata di un modo di concepire la produzione,
il mercato e la società che paiono lontani
anni-luce. Adriano D’Angelo
indaga su ciò che viene nascosto dalla superficie, si spinge nel profondo,
in un’analisi
dell’Essere che si addentra nell’oggetto di studio, che si lascia
inghiottire nelle sue viscere. Se l’opera Double 2 è tanto
splendidamente armonica nella sua composizione quanto difficile da
interpretare (a essere maliziosi, sembrerebbe un riferimento ai tristi
casi si mala sanità troppo frequenti nel nostro Paese), Double 1
pare suggerire una domanda inquietante. Pirandello nelle sue commedie
ha denunciato come in realtà l’uomo nella vita non fa altro che indossare
delle maschere, nascondendo ipocritamente la sua vera identità al suo
prossimo. Ma se una maschera non solo mistificasse la parvenza esterna, ma
celasse profondamente anche ciò che ciascuno di noi è e non penserebbe mai
di essere? D’Angelo parla all’inconscio, e all’inconscio risponde. Entra
in una zona buia, in cui accedono solo i poeti. paolo
raimondo |
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Lettera
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REDAZIONE:
Anna Baldini, Gianpaolo Buccino, Diego Caramma, Massimo Locci, Roberto
Malfatti, Valerio Paolo Mosco, Luigi Prestinenza Puglisi, Paolo Raimondo,
Monica Zerboni. |